sabato 27 marzo 2010

I NODI VENGONO AL PETTINE, QUANDO C’E’ IL PETTINE! ... (giovanni salvo)


I NODI VENGONO AL PETTINE, QUANDO C’E’ IL PETTINE!
Tutti noi qualvolta sentiamo parlare di sprechi , specialmente se questi riguardano soldi pubblici, la prima cosa che ci viene da dire è : “Ed io pago!”.
In realtà commettiamo un grosso errore.
L’esclamazione “Ed io pago!” divenuta famosa poiché pronunciata, nel film “47 morto che parla” dal principe Antonio De Curtis, nella veste dell'avaro barone Antonio Peletti, è un forte richiamo alla taccagneria .
Quando dunque sentiamo parlare degli scandalosi sprechi che commettono i nostri politici, essendoci di mezzo l’avarizia, forse è davvero inopportuno ripetere la celebre affermazione di Totò.
Avaro qui non c’è “nisciuno”, poiché proprio nessuno di noi pare tenere l’olio chiuso in cassaforte, come il buon barone Pelletti.
Non è nostra abitudine e neppure dei nostri politici.
Noi non siamo avari poichè ogni qualvolta veniamo chiamati a votare lo facciamo, lisci come l’olio, elargendo voti, a destra e a manca, anche a persone discutibili e non importa se indagate, condannate in primo, secondo e terzo grado o drogate e quant’altro.
La nostra magnanimità è così immensa a tal punto che, come se ci volessimo cibare delle nostre stesse lacrime, contribuiamo ad accrescere lo cher di trasmissioni come Anno Zero, Ballarò, Report che seguiamo con interesse.
Ascoltiamo, con masochismo, i servizi che parlano dei nostri stessi guai e una volta spento il televisore restiamo basiti, sprofondati sulla nostra forma deretana che nel frattempo abbiamo provocato sul cuscino del divano.
Neppure i nostri rappresentanti politici, per quello che ci è dato sapere, possono essere tacciati di taccagneria, considerando la disinvoltura, a macchia d’olio, con la quale condiscono la spesa pubblica.
E’ di qualche anno fa la notizia apparsa su Repubblica che alla Regione Siciliana: “L'ultimo grand commis dell'ente più generoso d'Italia, alla fine, si è portato a casa una pensione da favola: mezzo milione di euro l'anno. Perché così ha stabilito una legge della Regione siciliana, approvata nella stagione d'oro del governatore Cuffaro; 41.600,00 euro al mese, 1.369 euro al giorno. Cifra lorda, sia chiaro. Il sultano dei servitori della pubblica amministrazione è un dirigente di lungo corso che ha gestito l'emergenza rifiuti in Sicilia. Un'emergenza che non è finita: gli Ato, gli organismi che hanno accumulato oltre un miliardo di debiti. Ma Crosta, prima da vicecommissario per l'emergenza poi da capo dell'agenzia siciliana per i rifiuti, ha visto accrescere i propri compensi fino a 460 mila euro. Una cifra che il suo mentore, l'ex governatore Cuffaro, gli accordò nel marzo 2006. Un'indennità che a Crosta è valsa come base pensionabile, in forza di un emendamento, che ha stabilito le regole, approvato dall’A.R.S. a fine 2005.”
Le “regole” badate bene.
Ho voluto riportare questo stralcio dell’articolo, a firma del giornalista Emanuele Lauria, poichè ritengo che a questo punto come cittadini non resta altro che chiederci di che morte vogliamo morire: sporchi e assetati fra i rifiuti? o di vergogna?
Morire dalla vergogna di essere siciliani di prima, seconda e terza Repubblica.
Anche se non sempre ci rendiamo conto, noi cittadini, che siamo già dei morti parlanti, dei fantasmi.
L’unica forza che dava senso al nostro vivere, inteso come partecipazione alla vita pubblica era il voto, che date le attuali modalità elettorali è stato sepolto assieme ad ogni nostra vana speranza. Ed ecco insorgere prepotentemente il pessimismo sciasciano: “La speranza è l’ultima a morire, o morire è l’ultima speranza?”
La diabolica invenzione delle società miste ha compromesso il resto della gestione della cosa pubblica, facendo morire qualsivoglia forma di controllo.
Le società miste sono dei veri e propri Enti ibridi regolamentati da norme di natura privatistica che consentono di assumere personale e spendere soldi pubblici con estrema disinvoltura e discrezionalità, favorendo la corruzione.
Sono delle forme snelle che hanno inventato i nostri “politicanti” per eludere i controlli e che molto spesso consentono “legalmente” di lucrare.
Nuovi sistemi che ci fanno rimpiangere le vecchie tangenti, che almeno erano collegate strettamente alla disonesta del singolo, con tutti i rischi annessi e connessi.
Ma ormai il facile guadagno per alcuni politici è divenuto un vero Tic.
Sono tanti gli escamotage, come nel caso di alcuni Sindaci che usano affidare servizi a società esterne, con le quali stringono rappoti di partneariato.
Un sodalizio di garanzia che gli consente di ottenere contributi comunitari consistenti, che poi vengono gestiti privatamente, spesso in assenza totale di controlli e dunque facilmente distraibili. Se è vero, come sosteneva Moliere, che spesso è la stessa avarizia a redimere l’avaro, avarizia che cessa di essere un Tic solo se il detentore viene privato dall’oggetto della passione.
La soluzione per noi elettori e per gli inquirenti, seguendo gli indizi dell’autore francese, potrebbe dunque essere ad un passo. Ma in tema di arpagoni rapaci di moleriana memoria, non meno dispendiosi sono i contributi elargiti ad associazioni che, come apprendiamo da un articolo apparso su Repubblica l’anno scorso, ha visto la nostra provincia fare da padrona: “200 mila euro per l’unione giuristi di Agrigento” Bho! scusate l’ignoranza, che è?
Centomila euro “per sostenere il premio internazionale di scienze umane “Empedocle” di Agrigento come premio internazionale dei diritti umani organizzato dall’associazione Acuarinto.”
Ci resta solo dire che siamo proprio nella terra dei paradossi dove i diritti umani e la giurisprudenza sembrano, a sentire le cifre, diventati i nostri peggiori nemici.
Le attuali inchieste sulla gestione dei rifiuti e le società, super indebitate, che avrebbero dovuto risolvere il business storico della “munnizza”, fanno pensare che anche qui in provincia di Agrigento non sembrano mancare gli “intrugli” .
Ma noi l’olio non lo risparmiamo, come nel caso del Principe De Curtis, anzi a volte lo beviamo, lo mandiamo giù assieme ai bocconi amari , come acqua.
La stessa acqua che ha rinfrescato gli stipendi di quei dirigenti incaricati dagli enti ,come la Provincia Regionale di Agrigento a fare parte dell’Ato idrico, per puntare come previsto dal decreto legislativo 152 del 2006, al risparmio ed all’efficienza.
Il dato è che in soli tre mesi per tre dirigenti provinciali, pare leggendo i giornali, che l’Ato avrebbe sborsato € 25.389.96. Facciamo i conti e capiamo che ne ha da passare acqua sotto i ponti affinchè si raggiunga l’agognato obiettivo del risparmio.
E allora invece di pagare due volte gli impiegati provinciali perché non affidare la gestione delle acque e dei rifiuti direttamente alle Provincie, data anche la ristrettezza di competenze di tali Enti.
Si tratta di “carrozzoni” che qualcuno in passato ha proposto di sopprimere per via della loro inutilità. Secondo il mio modestissimo parere sia le Provincie, e se vogliamo anche il Genio Civile, trattandosi di strutture abbondantemente dotate di uomini e mezzi, potrebbero assolvere a tali compiti, senza eccessivi aggravi di spesa.
Si potrebbero anche così evitare le folkloristiche brunettate, in presenza di seri carichi di lavoro. Intanto le regole sono regole, ricordando l’esorbitante liquidazione, 800 mila euro, che un ex sindacalista agrigentino della Cgil, ha incassato grazie alla creazione di un vecchio regolamento che ha permesso l’erogazione della somma. Soldi incassati non per sua scelta, ma bensì frutto dell’applicazione di una regola che doveva essere applicata.
Se non si fosse applicata, la regola, sarebbe scattata l’irregolarita...>>
E poi diciamo che l' attuale crisi finanziaria è dovuta a una insufficienza di regole?
Regole che sono molto diverse dalle nostre, che come comuni cittadini di regola ogni mattina ci alziamo per andare a lavoro, che non sempre di regola abbiamo e che quando lo abbiamo ci consente di giungere, non sempre di regola, alla fine del mese.
Come fare a non citare “la teoria dell’economia e il pettine” di Leonardo Sciascia, che a proposito di regole fa dire, nel libro Il Contesto, ad uno dei suoi protagonisti: «Ma non vede quel che succede nel nostro Paese? I nodi vengono sempre al pettine».
«Quando c' è il pettine», conclude malinconicamente l’interlocutore.
GIOVANNI SALVO

Nessun commento:

Posta un commento