domenica 26 febbraio 2012

"Scultura, variazioni sul tema" Giuseppe Agnello espone ad Agrigento - Parco Archeologico Valle dei Templi




Scultura, variazioni sul tema
Agrigento – Villa Aurea – Parco Archeologico Valle dei Templi di Agrigento
dal 24 febbraio 2012 al 30 marzo 2012




“Scultura è il continuo occupare e dimensionare lo spazio. Scultura è il risultato della somma delle trasformazioni. Scultura è operazione del mutare” .
Lo scultore tarantino Nicola Carrino sintetizza così le qualità essenziali di questa arte così antica e radicata nella storia, evidenziandone alcune qualità che possono essere lette come peculiarità densamente significanti anche per i lavori degli autori che partecipano a questa mostra: scultura come dialogo e trasformazione dello spazio e come luogo della metamorfosi. Alchimista della materia, l’artista-scultore la sublima sino a farla diventare altro da sé, figura muta ma al contempo intensa affabulatrice, narratrice di storie, di drammi, di misteri.

Dopo la rottura attuata nelle tecniche e nei linguaggi dalle avanguardie storiche e dalle neoavanguardie, dopo decenni di alterazioni geometriche, polimateriche, minimaliste o poveriste, in cui ai tradizionali approcci ai materiali per forza di mettere o di levare, modellando o scalpellando, così come si esprimeva Michelangelo, si era sostituito il puro atto concettuale, la promozione dell’oggetto o della realtà preesistente che veniva elevata a creazione artistica, gli autori degli ultimi decenni, dal Postmoderno in poi, non hanno avuto timore a riappellarsi ai materiali ‘classici’, alla terracotta o al bronzo, ma anche alla resina o al cemento, manipolati nel senso di una nuova figurazione.
Ciò vale per i quattro artisti siciliani che espongono in questo momento di ‘riflessione’ sulla scultura, anche se forse ci si potrà chiedere cosa ancora si debba o si possa dire sull’argomento.
Le loro opere corrispondono a uno zeitgeist che non teme l’immagine, anzi la usa come veicolo privilegiato di un messaggio; non ne mascherano l’immediatezza visiva, non si nascondono dietro forme criptiche, ma dichiarano apertamente la loro poetica, giocando in un territorio liminare tra modernità e tradizione, scegliendo come campo della loro ricerca un tema che è nato con la scultura e ne ha rappresentato, sin dalle prime civiltà, il suo orizzonte ultimo di espressione: la figura umana, il corpo. Tra iperrealismo e stilizzazione stereometrica, i quattro autori scelti investono le molteplici variazioni sul tema, presentandoci, allo stesso tempo, una riflessione dolce-amara sull’individuo contemporaneo, sulla sua solitudine, sulle ambiguità della sua esistenza e del suo rapporto con il destino e col il corpo stesso, temi estremamenti attuali perché sempre più minati da rischi, instabilità, logoramenti esistenziali, sovente anche violazioni e violenze.
Con i loro ‘simulacri’, troppo umani per poter essere considerati idoli, ma dotati di una qualità immaginifica e metamorfica che li rende avatar, doppi ammalianti della persona, non vogliono compiacere o rassicurare lo spettatore, anzi lo spiazzano, pur se in un primo momento riescono ad avvicinarlo forse con maggiore facilità rispetto a un’opera astratta o a un assemblaggio polimaterico. 
Come il canto di una sirena attirano l’osservatore nella loro rete, o meglio nella loro trappola, si offrono come rassicuranti personaggi di una scena per poi svelare il loro vero volto di esseri ambigui, inquietanti o comunque misteriosi.
È il caso, ad esempio delle statue di Giuseppe Agnello (Racalmuto,1962), grandi corpi in resina nera che lanciano sull’agone dell’immaginario la natura instabile dell’essere umano, di personaggi silenti ma visivamente ‘potenti’, evocativi come progenitori, abitanti spaesati di un Eden perduto, oppure uomini e donne contemporanei che sembrano volersi spogliare di ogni orpello della civiltà per recuperare quella sintonia intima con la natura. Sono figure metamorfiche, che da un momento all’altro potrebbero perdere le loro sembianze umane per trasformarsi in forme vegetali, come la Dafne ovidiana o la donna-albero tanto amata dai surrealisti perché vista come simbolo di un dialogo intimo e primigenio con le forze più profonde della terra. È questa loro condizione di polimorfismo può divenire ansiogena, generare un senso d’instabilità che tiene lo spettatore in costante tensione.
Daniele Franzella impernia la sua indagine sul corpo, spaziando dalla figura intera al busto-ritratto. Anche lui utilizza la resina, tradotta in superfici dalla rosea, carnale sensualità o nella levigata e lucida ‘astrazione’ del bianco, che prende le distanze dalla narratività delle fisionomie, dall’aneddoto, per dar spazio a ‘simulacri’, forme pure, ritratti non ritratti, volti negati, cancellati o incappucciati, attori di un mistero non buffo. Il corpo però, con precisione chirurgica, viene anche frazionato, frammentato, dall’artista, e il particolare anatomico è trasfigurato nella metarealtà dell’ex-voto, ove, attraverso la metonimia, la parte si erge a simbolo del tutto, il singolo arto, racchiuso in una teca, è segno e testimonianza di una guarigione, ma attraverso la de contestualizzazione e la lontananza da un contesto inerente alla sfera del sacro diviene icona laica, velatamente ironica, straniante oggetto da wunderkammer.
Pur essendo ben distanti da intenti monumentali e celebrativi, la serie di terrecotte di Martin Emschermann (Friburgo, 1969) si offre allo sguardo quasi come una ‘parata’, un corteo silenzioso che vuole rendere affettuoso omaggio proprio a quella stessa gente che cerca di trovare a tutti i costi un senso pratico a queste statue. Uomini e donne, fanciulli e ragazze sono ritratti con la stessa affettuosa partecipazione che già nell’Ottocento il pittore Antonio Mancini e lo scultore Vincenzo Gemito, che condividevano lo studio a Napoli, infondevano nelle loro creazioni, affondando a piene mani nella semplicità ma al contempo nella lirica e autentica espressività degli scugnizzi scorazzanti per i vicoli partenopei, andando oltre il verismo grazie alla vibrante manipolazione della materia e alla pennellata fautrice di un colore sfaldato dalla luce. Emschermann non cerca la riconoscibilità iperrealista delle figure, ma compie dei ‘ritratti psicologici’, scegliendo di rappresentare questa varia umanità senza abiti, senza maschere, in una nudità primigenia che esalta il valore quasi sacrale della loro bellezza o bruttezza, disarmonia o perfezione, facendo diventare ciascuno dei personaggi un simbolo dell’Individuo, spogliato dalle difficoltà del quotidiano, dai segni di un’esistenza spesso difficile.
Giovanni Lo Verso (Palermo, 1972) rappresenta, attraverso le sue opere, il gioco del caso, gli intrecci del destino, l’Alea (che non a caso dà loro il titolo), le molte facce di un dado lanciato, le mille identità di un individuo che va via via spersonalizzandosi. Sono volti che si moltiplicano, s’imbiancano, diventano idoli di pietra senza tempo, monumenti sdrammatizzanti ma a tratti inquietanti dedicati a quell’essere dalle molteplici sfaccettature che è l’uomo. 
Questa serie di lavori si basa sul modellato, sulla cottura al forno dell’argilla, sulla concretezza del cemento, per generare la pura forma, la nitida geometria del cubo. Questo si anima, diviene faccia, poi s’immobilizza nello spazio e nel tempo, condensando in sé l’emozione rappresa del gesto dell’artista. Eppure le opere più recenti si pongono in ideale continuità con la produzione precedente, di cui Lo Verso ha mantenuto il gusto per l’indagine sui materiali e per la sintesi degli opposti: pesantezza/leggerezza, bianco/nero, freddo/caldo, opacità/trasparenza.
Nessuno degli autori proposti, dunque, può definirsi nostalgico della tradizione, pur tornando a un incontro-scontro con la materia che li riconduce nell’alveo dell’artista faber, di chi non rifugge la forma per definire un’idea. Tra metamorfosi di corpi e volti o raggelanti iperrealismi pseudofotografici risolti attraverso la resina in stranianti silenzi (Agnello e Franzella), manipolazioni sfaldanti e tormentate dell’argilla (Emschermann) o stilizzate trasposizioni geometriche di terracotta e cemento (Lo Verso), ognuno di loro declina la propria, personale poetica, parla di sé e degli altri, ci guida, attraverso i suoi personaggi reali o presunti all’interno di un gran teatro del mondo che non può non affascinare.
Marina Giordano

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