mercoledì 30 dicembre 2009

Ricordo dell'Arciprete Don Alfonso Puma di Salvatore Picone




"Le parrocchie, la mia vita".

Il 2 gennaio di due anni fa moriva monsignor Alfonso Puma. Ordinato sacerdote nel 1950 dal vescovo di Agrigento monsignor Peruzzo, nel 1966 diviene arciprete di Racalmuto. La politica negli anni del dopoguerra, le battaglie per i minatori e per i giovani dell'Azione cattolica. Il ricordo di un uomo, di un sacerdote che stava anche in piazza, che dipingeva e scriveva poesie.

di SALVATORE PICONE

Sono passati già due anni. E come se ne fossero passati mille. Due anni che ci separano dalla scomparsa dell'arciprete di tutti. Il 2 gennaio del 2008 moriva, nel giorno del 41° anniversario di arcipretura a Racalmuto, don Alfonso Puma. Ricordo di averlo visto poche ore prima nel letto dell'ospedale. E sembra ancora di sentire le campane della Matrice ancora chiusa quando il feretro di don Alfonso per l'ultima volta passò dalla piazza, sotto i campanili della "sua" chiesa, circondato dalla gente, dai suoi ragazzi.
Era un racalmutese di tenace concetto, senza retorica. Perché sapeva di essere un protagonista del suo tempo – un tempo lungo, complesso e assai difficile. Padre Puma – come tutti lo chiamavamo – rappresentava davvero un pezzo della memoria storica di Racalmuto. E ora lo ricordiamo con le sue stesse parole. Un omaggio e un ricordo il meno retorico possibile. E ci piace ricordarlo come grande uomo di Chiesa, che trovava tuttavia il tempo per un caffè, una passeggiata, sempre in prima fila negli avvenimenti politici o agli appuntamenti culturali.
"Nipù", diceva a tutti. Tutti nipoti. "Perché un po' si sentiva lo zio di un intero paese – come ha scritto Gaetano Savatteri ricordando don Alfonso – perché tanti ne aveva battezzato, cresimato, sposato e moltissimi altri aveva accompagnato laggiù, all'ultimo indirizzo".
Da una lunga intervista che ci ha rilasciato, pochi mesi prima di morire, quando la malattia l'aveva allontanato da Racalmuto, emergono parole forti e tenere.
CHE RAGAZZO ERA PADRE PUMA?
"Ero molto vivace, addirittura con i miei compagni che abitavano nel quartiere di Santa Nicola, figli di contadini, facevamo le guerre. Il fascismo ci inculcava la guerra. Ed io ero un ragazzo che ci teneva ad avere il moschetto, a fare la marcia. Poi mi sono accorto che era quasi un imposizione, ed io volevo la mia libertà… Ho avuto genitori fortemente cristiani. Mio padre politicamente era vicino a Don Sturzo e membro dell'Azione cattolica. Mia madre per me è stata una Santa.
Molto importante è stata per me l'Azione cattolica che frequentavo con mio fratello Salvatore, il tenore, e con gli altri miei fratelli".

QUANDO ENTRA IN SEMINARIO E ORDINATO SACERDOTE?
"Fatte le elementari sono entrato in seminario nell'ottobre del 1939. Poi ci fu la guerra. Eravamo 47: soltanto in sette siamo arrivati al sacerdozio. L'unico seminario in tutt’Italia che all’epoca rimase aperto fu quello di Agrigento… Sono stato ordinato sacerdote il 29 giugno del 1950 da monsignor Giovanni Battista Peruzzo.
L'ingresso a Racalmuto è stato fatto con qualche giorno di ritardo poiché in paese aspettavano l'elezione del nuovo sindaco. Eletto Eugenio Napoleone Messana, il 2 luglio faccio il mio ingresso in paese… il discorso di accoglienza l'ha fatto l'arciprete Giovanni Casuccio”.
QUAL E' STATO IL SUO RUOLO IN PAESE?
"Aiutavo l'arciprete Casuccio in Matrice. Poi nel 1962 Peruzzo voleva nominarmi arciprete a Santa Margherita Belice, prima del terremoto. Dissi che mi sarei trovato male, i miei familiari non potevano stare con me. E allora mi mandò a guidare la parrocchia del Carmelo, sempre a Racalmuto. Mi insediai l'11 dicembre del '62. Dissi ai parrocchiani che quella parrocchia sarebbe diventata il centro del paese. Sono rimasto fino al 1967. La gente aveva di me una specie di sacro timore".
ERA ANCHE PRETE-OPERAIO...
"Certo. Quando ancora le miniere erano aperte scendevo nelle gallerie a confortare i minatori, a dare loro una speranza. C’era tanta miseria, guadagnavano trecento lire al giorno. Ricordo il grisou che bruciava la gente viva.[…] Dal punto di vista sociale il ruolo che ha avuto la Chiesa in quel periodo è stato importantissimo: abbiamo lottato per avere le scuole, per esempio. Non potevamo soltanto dedicarci alla pastorale spirituale, senza sostituirci alle istituzioni, ma incoraggiarli a fare qualcosa…. Ho sempre difeso i lavoratori tanto che i comunisti quando entrai da arciprete nel 1966, fecero manifesti e volantini con su scritto 'Viva l'arciprete Puma'.
Sono stato nominato il 1° dicembre del '66. Ai parrocchiani dissi che chi veniva avrebbe fatto meglio di me e che quindi dovevano accettare il nuovo che era don Diego Martorana, mio parente, fino a quel momento vice parroco in Matrice. Feci il mio ingresso ufficiale il 2 gennaio del 1967".
TUTTI RICORDANO LA SUA AMICIZIA CON LEONARDO SCIASCIA...
"Siamo stati sempre fraternamente uniti. Ci stimavamo molto. Era un grande ricercatore della verità e chi cerca la verità cerca Dio… Qualche mese prima di morire siamo stati assieme dal Vescovo di Agrigento, nominato da poco, monsignor Carmelo Ferraro. Quando salì le scale della Curia mi vide e rimase contento. Disse che non era un anticlericale, ma che voleva che i preti fossero veramente preti. Organizzammo assieme nel 1984 la grande mostra delle tele di Pietro D'Asaro, detto il Monoculus Racalmutensis".
CHE PAESE E' RACALMUTO?
"Il nostro paese ha subito certi fenomeni che già c'erano negli altri paesi. A Racalmuto abbiamo avuto momenti difficili, tragici. Senza voler fare accusa a nessuno, questo paese è sempre stato oppresso. I fenomeni della mafia sono stati fenomeni di reazione e, ancor oggi, siamo sempre sotto oppressione. Io che sono stato 58 anni al servizio del paese ho avvertito questo fenomeno, come lo aveva avvertito Leonardo Sciascia. E proprio a lui ho dedicato il mio ultimo dipinto. In questi ultimi tempi sono costretto, per motivi di salute, a lasciare le attività pastorali. Ho sempre cercato quindi di utilizzare il tempo per dare dei messaggi, anche attraverso l'attività poetica o pittorica. Il mio ultimo quadro ritrae me, un pò stanco, e Nanà Sciascia".
COSA PENSA DELLA MORTE?
"Cosa può dire uno come me, figlio di un contadino: io sono prete per grazia di Dio, come diceva Bernanos, tutto è grazia di Dio. Non ho mai voluto abbandonare la mia gente, non ho mai avuto stanchezza morale. Fisica si, ma ho sempre reagito. Vedo la morte come liberazione, come vita".

Ecco le parole di Don Alfonso Puma che rimangono fisse nella pagina della recente storia di Racalmuto. Padre Puma amava la vita e si vedeva dal suo sorriso e dal suo sguardo furbo, perché era un uomo e un sacerdote che sapeva leggere nel fondo dell'anima: le sue occhiate, una stretta di braccio, pronto a discutere di tutto e con tutti. Sono tante le parole che ci ha lasciato che attendono ancora di essere raccolte in volume. E intanto pensiamo al ricordo oggi.


"Sono l'ultimo dei preti e l'ultimo dei peccatori, ma la fede mi ha sempre sostenuto – ci aveva detto – Ma ho sempre cercato di fare il mio dovere". Ed questa, caro Padre Puma, la lezione che ci ha lasciato.

(stralci dell'intervista di Salvatore Picone a Don Alfonso Puma pubblicata da "Malgrado tutto" nel gennaio del 2008)

(Nella Foto Salvatore Picone con mons. Alfonso Puma a Racalmuto, 2006 - foto di Pietro Tulumello)

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